Sport senza frontiere onlus per l’integrazione sociale e il diritto allo sport

Storia di G. – Napoli

Sport Senza Frontiere – Storia di G. G. ha quasi 9 anni, frequenta la quarta elementare. Entra nella stanza dove facciamo i colloqui con la testa bassa, lo sguardo fisso sul display del telefonino della mamma. “A cosa stai giocando?” gli chiedo, “A Clash Royale” mi risponde, senza staccare lo sguardo dallo schermo. Sembra totalmente disinteressato da tutto il resto, da dove si trova, da me che sono di fronte a lui, dalla stanza piena di colori e di fotografie dei bambini della “Scuola della Pace” di Ponticelli. Provo a scambiare qualche battuta sul gioco, sulle battaglie, sul posizionamento in classifica. Fortunatamente ne avevo sentito parlare qualche tempo prima. E così attiro la sua attenzione. G., un po’ incredulo del mio interesse e della mia (scarsa) conoscenza delle dinamiche del gioco, finalmente alza lo sguardo dal display e inizia a raccontarmi come funziona, e fa di più, spegne il telefonino e lo infila nella tasca dello smanicato. Così partendo dal gioco inizia a raccontarsi… G. è figlio unico, vive in una casa popolare della periferia Est di Napoli, in famiglia lavora solo il padre e la mamma cerca di “non fargli mancare nulla, nonostante sia spesso difficile”. G. frequenta la scuola con piacere, gli piace particolarmente la matematica e le scienze. Passa i suoi pomeriggi a giocare con i videogiochi, qualche volta in compagnia dei cugini. G. non hai mai fatto sport, “tranne basket a scuola con i compagni di classe”, ma non gli piace tanto perché è un “po’ cicciottello” e gli amici tendono a non passargli mai il pallone e quando è il suo turno di tirare non riesce quasi mai a fare canestro… “. E poi c’è un’altra cosa”, mi dice, nella sua classe c’è un compagno un po’ prepotente, “un bullo, il nipote del boss del quartiere” aggiunge. E mi racconta di come spesso prenda in giro lui e altri compagni di classe sempre in sovrappeso. Rimango per qualche istante in silenzio, dopo avergli chiesto se le maestre e la mamma ne sono a conoscenza, lui mi tranquillizza e sorridendo mi dice che per questo non vuole fare basket: “vorrei fare piscina, così imparo a nuotare e dimagrisco… e quel bullo non mi prenderà più in giro”. Scambiamo ancora qualche battuta sul basket e sul nuoto, sulla dieta che dovrà seguire e sulle nuove abitudini che dovrà prendere. Così poi ci salutiamo. Ho scelto la storia di G. perché più di tutte mi sembra che rappresenti come lo sport possa essere uno strumento di cambiamento e possa offrire una possibilità alternativa per promuovere l’autostima e la percezione di sé positiva in bambini o preadolescenti che vivono situazioni di disagio socio-economico.